«I ragazzi hanno bisogno di noi: iniziamo a combattere l’omofobia dalle scuole»

 La 27esima ora . Corriere della Sera
29 ottobre 2013
 Dopo l'ennesimo suicidio di un adolescente il punto su omofobia, pregiudizi e convinzione di essere condannati all'infelicità
(Vittorio Lingiardi)
«I ragazzi hanno bisogno di noi: iniziamo
a combattere l’omofobia dalle scuole»
di Elena Tebano
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Il biglietto lasciato da Simone, il ragazzo di 21 anni che sabato notte si è ucciso gettandosi da un palazzo di 11 piani, chiamava in causa un nemico molto astratto, l’«omofobia». È una parola che negli ultimi mesi è risuonata spessissimo nella risacca del dibatitto politico, ma che per molte persone rischia di sembrare vuota.
Esiste davvero un’emergenza? E qual è il modo migliore di affrontarla?
Ne abbiamo parlato con Vittorio Lingiardi, Professore ordinario di Psicologia dinamica alla Sapienza e consulente scientifico di Le cose cambiano. «Ci sono pregiudizi e atteggiamenti negativi diffusi nei confronti dell’omosessualità, che le persone gay, in particolare gli adolescenti, finiscono per interiorizzare – spiega -. Li traducono in paura: di essere sbagliati e di non
essere amati per questo; di deludere i genitori, di non essere dei buoni cristiani e più in generale di essere condannati all’infelicità».
Questo può spingere alcune persone al suicidio?
«Ne conseguono vissuti ansiosi, depressivi, di fallimento, vergogna e autodisprezzo, a cui le persone reagiscono in maniera diversa. Le ricerche dicono che gli adolescenti che si scoprono gay o lesbiche pensano al suicidio fino a tre volte di più dei coetanei eterosessuali. In buona parte questo dato scioccante è riconducibile al doloroso intreccio tra omofobia sociale, stigma percepito e omofobia interiorizzata. Quest’ultima può condizionare lo sviluppo psicologico e affettivo, la formazione della personalità, le future relazioni personali e di coppia, la capacità di sentirsi a proprio agio come gay o lesbica».
Esistono «antidoti»? Cosa si può fare per prevenire questo tipo di malessere?
«Sono fondamentali la famiglia e la scuola. Se i ragazzi trovano sostegno per la costruzione delle loro identità in uno di questi due ambienti, o in entrambi, crescono più protetti e più sicuri. Può sembrare retorico, ma gli antidoti sono la conoscenza, l’amore e il rispetto per l’altro. Detto in altri termini, basta essere buoni genitori e buoni insegnanti, informati e senza pregiudizi»
Il viceministro Cecilia Guerra, che ha la delega alle Pari opportunità, si è impegnata a lavorare nelle scuole contro l’omofobia. Ma sembra che in molti istituti ci siano resistenze, a volte anche per il timore delle reazioni dei genitori. Le Cose cambiano ha organizzato il tour con Feltrinelli scuola, ma molti istituti hanno scelto di non partecipare: che paura c’è? Perché questo succede quando si parla di omofobia e non succede, – ad esempio – quando si parla di razzismo?
«Sulla sessualità ci sono ancora molti pregiudizi. E manca una tradizione di educazione, informazione e formazione scolastica in questo senso. Pensi che una nostra ricerca, condotta in collaborazione con molti ordini degli psicologi regionali, ha mostrato che, sui temi che riguardano le omosessualità, il 25% degli psicologi italiani si sente per nulla preparato e più del 50% si sente non sufficientemente preparato. Immagino sia lo stesso per gli insegnanti. Ed è noto che il pregiudizio e la paura proliferano sulla mancanza di conoscenza».
Mancano anche i modelli? A differenza che nel resto d’ Europa, in Italia sono poche le persone gay e lesbiche famose (nei campi della cultura, dello spettacolo, degli affari o dello sport). E spesso c’è un mandato implicito a nascondere la propria omosessualità.
«Direi che in generale manca cultura, curiosità ed empatia per chi ci sembra diverso o diversa da noi. Si può generare un circolo vizioso: ignoranza-diffidenza-paura-ostilità-odio. Manca la convinzione che le differenze siano una ricchezza. Manca un’educazione alle diversità, e la consapevolezza che ogni maggioranza altro non è che un insieme di minoranze. L’orientamento omosessuale non è che uno dei tanti modi in cui si può essere “minoranza”. Di certo manca anche una legge che, simbolicamente, oltre che praticamente, tuteli le minoranze e educhi al rispetto delle alterità».
Cosa intende?
«Credo che un razzista, a meno di forme fanatiche e ideologiche di razzismo, si vergogni di essere razzista. E un po’ cerchi di nasconderlo. Chi è omofobo si sente più legittimato. In fondo, dice, se i gay e le lesbiche da noi non godono degli stessi diritti degli eterosessuali (coppia, matrimonio, famiglia, ecc), una ragione ci sarà. E si insinua l’idea che sono cittadini di serie B. La disumanizzazione è l’antefatto della persecuzione. È sempre stato così: per i neri, gli ebrei, le donne, gli omosessuali».
Il Parlamento in effetti non ha mai seriamente discusso le proposte di regolamentare le unioni tra persone dello stesso sesso. E la legge sull’omofobia è ancora ferma al Senato.
«Nonostante il fatto terribile accaduto a Roma, credo che in molti contesti, anche in Italia, l’omosessualità sia considerata una caratteristica come un’altra. Un dato di fatto, “normale”. Eppure i nostri politici non riescono ad approvare una legge che considera l’omofobia aggravante di reato e tuteli così una parte della cittadinanza che può essere vittima di reati mossi dall’odio. La versione che è stata approvata alla Camera, oltretutto, è stata indebolita in nome della “libertà di opinione”. Senza tener conto che molte cosiddette “opinioni” assomigliano a istigazioni al disprezzo. Non vorrei che una legge che dovrebbe tutelare dal razzismo, tutelasse invece il razzismo».
Si riferisce all’emendamento Verini/Gitti, in cui si scrive che «non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione» le affermazioni, convincimenti e opinioni sostenute da «organizzazioni che svolgono attività di natura politica,sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione, ovvero di religione o di culto». La comica Luciana Littizzetto, in una battuta, lo ha sintetizzato così: «Se offendo un gay da sola è reato, se lo facciamo in gruppo è libertà di opinione»…
«Esatto. Quell’emendamento, e soprattutto la discussione politica che lo ha preceduto, ha fatto passare l’idea che in nome della libertà di opinione si possa dire di tutto. E che la dignità umana sia negoziabile. Un fatto gravissimo. Ma in Italia, tra l’altro, l’apologia del fascismo o il vilipendio della religione sono vietati. Oltretutto la legge Mancino (su cui interviene quella sull’omofobia) punisce le affermazioni discriminatorie solo se causano direttamente un reato».
Il timore era che la legge potesse impedire a chi è contrario al matrimonio egualitario di dirlo…
«Non è proprio così. La legge Mancino (lo hanno spiegato giuristi assai validi) non punisce e non punirebbe chi dice di essere contrario al matrimonio egualitario, così come non punirebbe chi – pur sostenendo una falsità antiscientifica e un’ incongruenza filosofica – propagandasse l’idea che l’omosessualità non sia “naturale”. Se ci si aggiunge che in tre legislature non siamo riusciti ad approvare una norma che l’Ue ci chiede, il disastro è completo: le leggi veicolano anche valori simbolici, in particolare quando tutelano minoranze discriminate, perché servono a far sentire protetti e uguali tutti i cittadini. Il messaggio che è passato in questi anni nei confronti di gay, lesbiche e trans è: le istituzioni non si curano di voi, non meritate di essere protetti».
Molti mettono in dubbio che la legge possa comunque essere una soluzione contro un fenomeno sociale…
«Non è la soluzione, ma è una delle condizioni necessarie per contrastare l’omofobia nella società e promuovere condizioni di civiltà. Come psichiatra e psicoterapeuta, sono sicuro che approvare una legge che riconosce diritti individuali e di coppia alle persone lesbiche e gay contribuirebbe a prosciugare la palude, psicologica e sociale, in cui prolifera l’omofobia. Sociale e interiorizzata. Mi lasci concludere con una riflessione. Ho scritto un libro che si intitola Citizen gay. Affetti e diritti (Il Saggiatore, nuova edizione 2012). Questo titolo accosta cittadinanza e omosessualità. Abbinamento teoricamente paradossale: dovrebbe importare qualcosa, allo Stato, dell’orientamento sessuale dei suoi cittadini?
Immagino che la risposta sia no…
«Infatti. I cittadini dovrebbero essere tutti uguali e, in questa uguaglianza, sostanzialmente anonimi. In pratica, invece, c’è un cittadino che è meno uguale degli altri perché non ha gli stessi diritti degli altri. Per esempio, non può sposarsi. Eppure, il cittadino e la cittadina gay contribuiscono alla cosa pubblica, pagano le tasse, ma sono discriminati in una dimensione essenziale della loro vita: quella affettiva. Citizen gay è uno slogan per ricordare al cittadino e alla cittadina che possono alzarsi in piedi e dire: sono gay, sono lesbica, voglio diritti e rispetto. Così facendo, quei cittadini pongono un problema ineludibile per la democrazia: la legge deve riflettere i valori di alcuni o garantire, nel rispetto reciproco, la pluralità dei valori di tutti? Può reggere, sul piano del diritto, la distinzione etero/omo? È ora di passare, lo dico con le parole della filosofa liberale Martha Nussbaum, dalla “politica del disgusto” alla “politica dell’umanità”».
@elenatebano